Coronavirus e geografie variabili

        "L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio".

Cosi Italo Calvino nel suo romanzo Le città invisibili

Potremmo dire che l’inferno è già qui: il Coronavirus nei numeri, nelle paure e se non restiamo a casa l'inferno lo “formiamo stando insieme”. Un fatto inedito; come del tutto sconosciuto è il “distanziamento sociale” in cui non c’è differenza tra vittima e untore, sei l’uno e l’altro al tempo stesso. Devi scontare la pena, più o meno pesante, da innocente. È l’inferno di un tubo che ti può strappare alla famiglia; se va male, ti spezza la vita senza ricevere una degna sepoltura.

Ma questo inferno lo vediamo. Siamo costretti a barricarci in casa con una sola certezza: il virus non bussa alla nostra porta.

Eppure questo inferno finirà; ma non finiranno le geografie. O meglio quelle di prima saranno “invisibili”, altre geografie si formeranno. Nuovi confini, movimenti e luoghi potrebbero scandire la nostra vita.

Emergeranno nuove domande di senso. Saremo meno indifferenti agli effetti dei cambiamenti climatici. Come la nostra vita può cambiare per fatti globali lo stiamo vivendo. Noi siamo il mondo. Abbiamo sete di una scienza che ci porti fuori da questa situazione. Ma al tempo stesso sappiamo che la follia dell’uomo può riportarci anche dentro questa situazione: un virus è anche un’arma potentissima. Ritorna, quindi, la necessità di un equilibrio tra macchina ed anima, tra scienza e umanesimo.

Cosa sarà di quelle immagini di immigrati lavati per timore della scabbia come le nostre macchine in un impianto di autolavaggio?

Calvino avrebbe detto che questo è stato il primo modo per non soffrire l’inferno: accettarlo e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.

In questi giorni la vita e i racconti dalle corsie d’ospedale, la pioggia di notizie e lo scorrere di video sui nostri telefonini, le restrizioni delle nostre libertà non dipendono da uno sbarco a Lampedusa o dal modello Riace.

Cosa sarà del dibattito sull’uscita dall’Euro? Un Paese con una moneta nazionale sarà in grado di ricostruire la sua ripartenza?

Ma il Coronavirus ci racconta anche di un nord che non riesce a garantire un livello essenziale di prestazione, di assistenza. Non bastano i posti in terapia intensiva, si muore anche per questo! Non ci sono piccole patrie che si difendono e resistono a fenomeni di questo tipo.

Capire come andrà a finire non è nelle nostre possibilità. E soprattutto nessuno é in grado di misurare, oggi, gli effetti sociali ed economici che determinerà questa brutta vicenda. Ma siamo certi che il conto da pagare sarà salato.

Possiamo azzardare l’ipotesi che nuove geografie si renderanno “visibili”. C'é un secondo modo di vivere l'inferno, un distanziamento sociale che Calvino ha definito necessario per "cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio.”

Il Coronavirus varierà le geografie.

L’Appenino può aiutare ad invertire lo sguardo per ritrovarsi luogo in cui più forte sarà l'abbraccio tra est ed ovest, Mediterraneo ed Europa.

Piero Lacorazza

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Credits photto: Copertina "Le città invisibili" Calvino Italo Editore: Einaudi, Torino, 1972


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